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martedì, 22 aprile 2008
WE KEEP AN EYE ON YOU, GIANNI Z.
Ovvero elogio di quella soffice, pastosa e accogliente (ex) solitudine
Gianni Zanasi ha fatto proprio un bel bel bel film. La pensi così mentre esci dalla sala. Dovevi pensarla così anche otto mesi fa, mentre ballavi accanto a Battiston e guardavi Mastandrea muoversi tra la folla di una festa, dedicata proprio al loro film. Mentre bevevi cocktail gentilmente offerti, ex colleghi facevano cenni di saluto, e il lido di venezia vellutato accarezzava i tuoi zigomi.
So it goes, direbbe il mio idolo Vonnegut.
Forse la cosa migliore del film, tra l’altro, è proprio il finale.
Forse la cosa migliore è che, per la gran parte delle volte, pesco ottimi titoli, ma poi il resto è pallida fuffa. Così arriva la primavera, e mi travolge e come al solito si installa l’ennesimo teatrino delle mosche. Stesse mosse, stesse battute, stessa scenografia.
La primavera invade il mio corpo con l’allergia mattutina, ma fai finta di niente. Così chiudi gli occhi, pensi ai fumetti, e invece no.
Il fatto è che io non capisco perché, ma spesso tutto si incastra magicamente e perfettamente, come ad un incrocio. Ecco tutto che torna, come un incastro di colori, auto, tram. È il capitolo dedicato alle precedenze, passa prima L, H, o B? Qualcuno li ricorda? I quiz per la patente con i disegnini degli incroci?
Io ho capelli dal colore sempre più chiaro, ho le gote rosse, sempre più rosse, ma non sono la sbarbina di 18 anni che sogna di avere i dreadlocks e tra qualche mese realizzerà quel sogno, mentre già ascolta musica reggae e la primavera porta sempre strane e nuove sensazioni.
No.
Sono passati otto anni, sono la ragazza con la sigaretta tesa fra le dita, e i quiz sulle precedenze, per ora, sono tutti correttamente eseguiti.
Ma, si diceva, io non capisco perché, ma spesso tutto si incastra in maniera bizzarra e sintomatica. E sincopaticamente, tutto va a ritmo, come il battito di ciglia ritmato dell’orologio del bagno. Che all’1.40 di notte suona frastornante e inquisitorio, nei miei confronti.
Così,
tutto assomiglia ad un incrocio.
Scendi nel palazzo, e nella buchetta della posta c’è il più bel biglietto di invito a nozze mai visto prima. Splendido. Così splendido da non avere più paura dei matrimoni e cerimonie annesse. O quasi.
Ma esiste un bignami per “andare alle cerimonie nuziali”? Ho sempre avuto parentado festante e alcolico attorno a me, a fare da cuscino morbido ma inquietante, tra me, la mia irrequietezza e il resto degli invitati.
Un po’ mi fa paura.
Ma l’invito a nozze va a svolazzare leggiadro e incosapevole su un tappeto di insana primavera. Che recita piogge mattutine e poi sole improvviso e sprezzante nel pomeriggio. Serate che sembrano fredde e poi. E poi c’era l’unica certezza solida e salda della mia vita. Quel correre perennemente sola e forte in qualsiasi contesto, incurante del tutto. Sono il giocatore solitario, e il ballerino solitario, il vettore unidirezionale, il rumore sordo e monocolore di un clacson in via murri. Il solista perenne, insomma, ma che va fiero della propria soffice pastosa e incredibilmente accogliente, solitudine.
Ed ecco, primavera che come unica e sola parola va a soffiare forte e decisa contro il castello di carte da gioco, e fa vacillare pericolosamente il tutto. Ok, era solo un castello di carta, ma ci sono certezze nella vita, e quel castello visto da lontano, comunque, il suo fascino comodo ce l’aveva.
E invece, la pericolosità di essere in due a camminare nella stessa strada, e nella stessa direzione.
E la primavera molecola instabile va a sfondare il muro della credibilità del mio unico solitario suono. E va a percuotere i confini dello sguardo proprio mentre Zanasi chiude il suo film affondando le dita nel terreno dell’incerto e del sospeso. Un fermo immagine semplicissimo che non spiega minimamente come andranno poi a risolversi le vite dei protagonisti fino a quel momento.
La molecola instabile fa una scintilla e strizza l’occhio al bravo Zanasi. Troppo facile decidere e dare una conclusione, ed esplicare come la storia va a finire. La vita non è così, per cui ci può anche stare quella sensazione finale, di essere stati lasciati nel bel mezzo, di un dimenticabile inverno.
E mentre la scintilla si attenua, e scatta la rielaborazione del film, passano all’improvviso una serie di parole, una in fila all’altra, proprio lì, di fronte al mio sguardo, sono:
spigliatezza, disinvoltura, scioltezza, sicurezza. Decisione.
Ecco che passano e le osservo, inarcando però il sopracciglio sinistro. Perché nella realtà, nella mia disdicevole e pratica realtà, ecco, sta avvenendo esattamente il contrario illustrato dalle suddette parole.
martedì, 08 aprile 2008

- “ WHAT’S WRONG WITH YOU ? ”
- “ LET ME THINK ABOUT THAT ”
Cosa accadrebbe se la vita fosse come una tela di sabbia...no, meglio, una spiaggia. Scrivere frasi, incidendo la sabbia, e poi colpi di onde e acqua di mare che a intervalli regolari cancellano tutto. E dimentichi il passato, dimentichi la scritta precedente.
(intanto, Guidare per Bologna. Osservare la città dalla prospettiva di un auto. Ma. Posizione, guidatore. Il guidatore, che parola trasversale e allo stesso tempo calmante, effetto tranquillante.)
Postille di vita. (The Darjeeling Limited, W.A., 2007)
So e ribadisco, non è il miglior film di Wes Anderson. Qui lo dico, lo firmo lo affermo, lo confermo. Ma è Wes Anderson. Ciò che mi pervade, sottopelle, è una complice accordanza di suoni, e la mia mente e il mio cuore stanno a Wes Anderson, un po’ come i Signori della Nouvelle Vague stavano a Hawks o compagniabella. Insomma, lo adoro per quello che è, per quello che fa. Come una bambina ama indistintamente e senza razionalità la sua fetta di pane infarcita di cioccolata.
Lui ai miei occhi è un autore e tale rimane, anche se un film risulta vagamente minore, anche se la trama non ha sviluppi interessanti e ad un certo punto potrebbe anche annoiare. Io adoro Wes per quelle tipiche sfumature e venature, propriamente sue, che io ritrovo in ogni fotogramma dei suoi film. È come tornare nel posto che hai sempre amato, il fustino dei playmobile, la scatola dei lego. Perfetto, sono a casa, ho 8 anni, e non sono mai stata così felice.
È questo che amo di Wes, i suoi cosiddetti marchi autoriali. Io li adoro visceralmente, come fossero le mie figurine in assoluto preferite, e le porterei con me dovunque, in capo al mondo.
Grazie a lui riesco perfino ad adorare lo sguardo tipicamente vago e perturbante di Jason Schwartzmann.
E soprattutto ogni cartolina che esce dalle sue mani riesce rimanere in qualche modo incastrata nei miei ricordi visivi, emozionali. Come una spilla da balia. Non è questione di comprensione sottile che possa scavare tra gli strati, no assolutamente. Qui si tratta di sintomatologia dell’affetto diretto, dell’impressione istantanea, della conquista endovenosa fulminea. Che poi colpisce anche l’apparato uditivo, perché il Wes ben sa come nutrire i suoi adepti, a colpi di vecchio rock, o perle di musica classica. Prima beatles e poi rolling stones. Come fossero biscotti inzuppati, prima nel latte poi nel caffè. Perché è tutta questione di classe ed eleganza
(e io so già che quando uscirà il film al cinema, inzupperò la mia rubrica di cinema in radio con solo musica dai suoi film. Lo so già, non tento nemmeno di fermarmi)
(e niente paura, il film in Italia uscirà con l’enigmatico titolo “Un Treno per Darjeeling”)
(e pare che la data venga procrastinata di giorno in giorno. ora pare che il film esca nelle sale it. il 2 maggio)
intanto:
Il trailer di “the darjeeling limited”
I Behind the darjeeling limited
sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo |
01:39
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lunedì, 07 aprile 2008
LE NOTTI AL MIRTILLO E LA MOGLIE DI ZEUS
La moglie di Zeus è incinta, e Chiara non riesce a smettere di ascoltare la colonna sonora di Juno. Ma prima, stessa sorte, è toccata alle colorate e dense notti al mirtillo di Wong Kar Wai.
Esiste insomma un problema, un’assuefazione dal controllo difficile. Un’assuefazione per colonne sonore. ma
Prima c’erano le notti al sapore di mirtillo di Norah Jones, o meglio le notti di Wong Kar Wai. Quelle notti che diventano in italia qualcosa di sdolcinato e ripieno di miele, notti che diventano “un bacio romantico”, mentre sfogli la pagina dei cinema della tua città.
È passato un po’ di tempo da Jude Law che fa il barman di un piccolo locale, e Norah Jones che viaggia per gli States, col sogno di comprarsi un’auto. I silenzi e gli sguardi di Norah Jones che diventano improvvisamente densi di pathos, così filtrati dalla mente pervasa di colori del Wong kar, mentre taglia l’incontro tra Norah e Jude, filtrandolo attraverso la vetrina del bar e la vetrina delle torte esposte della giornata. E se Norah sogna di dimenticare un amore sfumato, probabili occhi femminili di spettatrice sognano di affondare nelle note musicali che pervadono il film, mentre Norah Jones canta, mentre Cat Power canta, e mentre Jude Law sfoggia le sue espressioni migliori.
Ma il cinema corre e si consuma in fretta. Così passa una settimana, e sembrano secoli di partite di tennis che si seguono l’una all’altra, e un film visto in sala entra con indicibile violenza sottopelle e ti conquista, ma già dopo sette giorni è già tempo di consumare altri pasti veloci, leggere sui giornali altre vorticose polemiche e opinioni, e così dimentichi quell’emozione che sapeva di torte al mirtillo,
e cadi con la stessa infantile scorrevolezza di una bambina affamata di note e colori, dentro la tela di un film che avevi snobbato tempo fa, durante la festa del cinema di Roma. E così arriva “Juno”, finalmente lo vedi, e prima ancora te ne innamori perché quel “Juno” così denso di note indie e ricordi musicali (come i Sonic Youth o i Velvet Underground) e crolli dentro l’innamoramento facile per una colonna sonora così carina, e così abile.
Poi arriva anche la parte semirazionale. In radio racconti di come il film non ha davvero niente a che fare con le mille parole contro l’aborto e contro la vita, che qualcuno forse il film proprio non l’aveva visto, prima di proclamarlo a simbolo di un credo. Ripenso invece a febbraio, quando “Juno” uscì a Dublino, e i giornali che lo accostavano, spesso, a “Little miss sunshine”. Ma il mio voto di preferenza va a “Juno”, anche se “Little miss sunshine” era piaciuto, eccome.
Così il vento spezza gli alberi appena fuori dal cerchio delle mura bolognesi, e “Juno”, e la sua protagonista che sembra un’eroina da fumetti, rimane un film bello, così piacevole che ti viene voglia di rivederlo, ancora, altre volte. Davvero leggero, davvero ironico, anche se nella versione italiana hanno tolto un riferimento a McSweeneys. Ma c’è gente in Italia che conosce la rivista di Dave Eggers, per cui, perché?
Poi nello sproloquio delle mille parole dette e scritte, risento la mia voce in radio e non so perché faccio finta di dimenticare. Ridendo di me stessa, davanti a foto scattate anni fa, davanti all’oceano atlantico.
E continuando sull’onda verde delle colonne sonore, già mi sdraio, di nuovo, sulle note di ah-unfilm-stupendo, quel “the darjeeling limited” e quelle note così indiane, così eterogenee, mentre dai rolling stones si scivola sui the kinks, e poi beethoven, e poi è di nuovo musica da bollywood, che sembra di ritornare all’estate scorsa, in piazza maggiore, davanti a un film di bollywood dal titolo accantonato, e così tante persone a seguire la romantica-storia-strappalacrime-epica.
E continuando, fino al 24 aprile quando finalmente Wes e il suo ultimo film usciranno anche in Italia.
sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo |
11:10
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venerdì, 21 marzo 2008
CHI HA PAURA IN PALCOSCENICO?
Venerdì, thanks god it's friday. E torna come ogni venerdì "Paura in Palcoscenico". In veste speciale, puntata lunga, iuppi iuppi oh oh. Si va in onda dalle 19, signori, fino alle 19.40. Formato 'extension' e in versione ripulita. Che vuol dire? nulla.
Sempre sui 103.1, oppure su http://radiocittafujiko.it/home/ nella sezione 'Diretta online'.
Giorni frenetici e anteprime di non alto livello, almeno a Bologna. Ma è ciò di cui trattiamo. Quindi ancora qualche sapido sospiro prima di vedere gli attesi e chiacchierati "Juno", "My Blueberry nights" e "The Darjeeling Limited".
Frenetiche attese e falsi movimenti. Ah, ah, se tutti sapessero che il mio blog è stato citato sulle amate pagine di Segnocinema, ah. Forse il cielo incerto di questo pomeriggio bolognese cambierebbe tono e umore, forse, l'incertezza così usuale si sdoganerebbe finalmente dal suo solito vestito di etichetta, e.
Rapidi colori, rapidi sorrisi che sfumano nello scemare della musica. e stasera bella musica, soddisfatta davvero della preziosa scaletta, tutto rigorosamente composta da brani tratti da colonne sonore. E in più il quizzone, per vincere un biglietto per andare al cinema.
Ah, è venerdì. le note calde si intensificano, mentre un altro bizzarro pensiero si scompone.
martedì, 26 febbraio 2008
ASTONISHED AND DAZZLED BY COINCIDENCES OF LIFE
5:14, ancora svegli perché la ryanair ha deciso di dirottare il tuo volo su un’altra città
Mentre voli, su un aereo colmo di italiani, e vorresti dannatamente tornare indietro, e soprattutto prima che il tuo volo dirotti verso la città sbagliata, accarezzi con lo sguardo le nuvole della sera, e tutto questo prima di arrivare a casa con un ritardo di tipo sei ore. Solo che mentre accarezzi quelle nuvole, con lo sguardo, pensi ad un certo discorso, che faceva più o meno così:
Nella vita ci sono delle certezze. Solo che alcune sono vere, altre false.
Almeno quanto vedo dalla mia finestra di vita personale.
Ad esempio, una certezza falsa per me riguarda il mondo dell’astrologia. Ho infatti una strana concezione circa i segni zodiacali, perché mi diverto a considerarli, in una maniera che ci tengo a sottolineare essere puramente inconscia, come dodici squadre. Dodici squadre che mano a mano impari a conoscere, delineando ciascuna caratteristica, imparando a distinguere le squadre più clementi, più concilianti e quelle meno, rispetto alla tua.
E cosi la squadra di cui tu fai parte. Ogni nuovo elemento è salutato con simpatia, perché le statistiche personali parlano di una naturale - più o meno - armonica sintonia che si instaura immediatamente, tra componenti della stessa squadra. Soprattutto guardando le statistiche dei componenti maschili.
Così, quando incontri un nuovo componente, oltretutto nato il giorno dopo il tuo, beh, non puoi che accoglierlo con un sorriso molto, molto più grande e caloroso. (anche perché indossa occhiali dalla spessa montatura nera, ha occhi azzurri, e viene da un sobborgo a nord di Dublino, e).
Ci sono poi le certezze vere, reali, concrete. Ad esempio questo: da anni ormai racconto alla gente la mia passione viscerale per l’Irlanda. E nonostante il coinvolgimento o meno dei miei interlocutori, le parole, si sa, possono essere anche solo contenitori vuoti, senza senso.
Solo che solamente oggi, sul finire di un febbraio, ho capito quanto questa passione, e il mio legame con Dublino siano davvero una certezza reale, per me. E non solo per la straziante lacerazione che sento ogni volta che calpesto il campo delle “partenze” dall’aeroporto di Dublino, mentre il caos delle voci italiane mi circonda.
Spesso ho trovato difficile esprimere questo vuoto, e dall’altra parte questo legame con questa città. Difficile da esprimere a persone che ti sono vicine, difficile da esprimere a gente che non ti conosce, come davanti ad una sconosciuta italiana, a Dublino solo per il weekend. E che lascia la città con un senso di delusione minuta. Per una città che non le ha comunicato nulla.
O semplicemente il fatto che è sempre impresa ardua tentare di portare, nel mondo complesso delle parole, un sentimento invisibile e astratto come la stretta interconnessione che corre sottile da ormai otto anni, e più, tra me e Dublino.
Così ho capito che non importa, semplicemente non importa.
Ma sono importanti le interconnessioni, e i troppi punti a croce che stringono il tessuto dublinese alla mia storia personale.
Così finisce che le certezze false si incrociano con le certezze concrete e reali. Perché il componente della squadra, nato un giorno dopo il mio, che porta occhiali dalla spessa montatura nera, e parla veloce, con accento dublinese, mentre esegue di corsa il check-in bagagli verso Londra, ad un passo dal mio check-in verso Forlì, diventa l’ennesimo tassello, l’ennesimo punto croce che stringe le corde del mio respiro, e le stringe e le tiene ferme e salde qui, lì, lì dove si guida a destra, lì dove si beve troppa birra, lì dove south park va in onda in tv doppiato in gaelico.
Perché mentre la gente lo riconosce e lo saluta, io penso solo che abbiamo una persona in comune che ha significato forse troppo nella mia storia personale, una persona che gli somiglia in maniera impressionante, disarmante ma reale, una persona che, in uno strambo senso, ci tiene vicini, nel buffo mondo dei 6 gradi (e spesso anche meno) di separazione.
domenica, 17 febbraio 2008
I WILL CARRY THE MEEK
in ritardo, e le parole escono fuori come un fiume in piena perche` e` naturale. le parole accentate sfuggono, ma verrebbe da parlare in inglese forse colpa delle quasi 2 ore passate a chiacchierare con John Carney, il regista di "Once".
e difatti potrei anche smetterla di sentirmi a casa, ancora, qui, a Dublino, in Drumcondra. Potrei smetterla di ripetere quanto sono felice, soprattutto oggi. Ma la chiacchierata con Carney e` stato qualcosa di indescrivibile. Le mille parole sul cinema irlandese contemporaneo, su quanto ci sia da lavorare, e poi Dublino, su quanto sta cambiando, come lui la vive, sulle riprese del film, e sulla sua vita ordinaria di tutti i giorni. Non ho davvero parole. E non so se e` perche` amo ascoltare il suono di questa lingua, amo stare qui e imparare da ogni secondo, ma oggi parlare con lui e filmare questa intervista e` stato a dir poco emozionante. e domani volera` a L.A. sperando di portare a casa l`ambita statuetta.
forse potrei scrivere un miliardo di cose, su quanto sto vivendo. non so cosa stia accadendo in Italia, pero` ogni tanto do un`occhiata a sky news. e` come stare in un acquario e sentire solo la sensazione meravigliosa dell`acqua, tutto scorre e sono solo una serie di sensazioni che continuano, si susseguono, mentre le parole inglesi spingono via quelle italiane, mentre io mi perdo tra le nuvole, tra i titoli dei giornali entusiasti per il nuovo coach Trapattoni, la politica irlandese, questa frenetica caotica dispendiosa nuova vita dublinese.
e poi la musica, e le connessioni musicali che passano da dargle road e vicinanze. Gli amici ham sandwich che hanno finalmente fatto uscire il loro primo album, e poi Glen Hansard. ah, glen hansard.
no, ho solo pensieri e parole stupide. aspetto la cena, fame terribile, buffo diario di bordo. Solo che mi sento sempre meno turista, e sempre piu parte - stabile - del tutto.
lunedì, 04 febbraio 2008
INFORMAZIONE DI SERVIZIO, O
Post di Informazione Pubblicitaria
È giunta richiesta, e io eseguo.
Ogni venerdì sulle frequenze, per Bologna e provincia, di RadiocittàFujiko (fm 103.1), all’interno del programma Talk Radio, c’è l’appuntamento settimanale con le uscite al cinema, i consigli di buona e cattiva visione, e novità sui festival di cinema, in Italia e non. Dalle ore 19.15 alle 19.45, circa. Che dire, uau.
Il tutto condotto da me.
La rubrica si chiama “Paura in palcoscenico” in timido omaggio al buon Hitch.
E se per caso non siete a Bologna, o a quell’ora non avete a portata di mano una radio, si può rimediare. Come disse qualcuno “Si-può-fare!!!”.
Basta andare qui, sull’archivio della radio, e selezionare giorno e ora della trasmissione scelta.
(i file contenuti nell’archivio sono in formato ogg ed mp3. Ma il formato ogg è migliore. I codec per il formato ogg, nel caso, sono disponibili direttamente dal sito).
Purtroppo le puntate in archivio restano a disposizione sul sito soltanto per una settimana. Se insomma vi passa di mente, poco male. Avrete perso i consigli della settimana, ma sono sicura che il vostro angelo custode continuerà a vegliare fedele sul vostro cammino.
Ok, da spiegare era complicato, ho fatto del mio meglio. D’altronde non sono un ingegnere, sono solo una pallida donna di lettere e di arte. Anzi, non sono un informatico, e forse sono dotata di meno sarcasmo. (chissà....)
sabato, 02 febbraio 2008
I AM A LONELY TRAVELLER
E anche i bilanci se ne sono andati. La vita corre veloce, e io non ho più tempo e voglia per trasformare in parole scritte i miei pensieri, quanto mi circonda.
E invece una volta amavo così tanto vedere tradotte in asettiche sequenze di lettere, tutte le mie emozioni e poi quei vortici instabili di accadimenti. Perché è così difficile da esprimere, ma le parole per me sono sempre state un terreno di gioco completamente al di fuori dal mondo; un campo neutrale, e meravigliosamente ovattato da dove poter osservare meglio qualsiasi cosa.
Forse perché questo momento è così tanto carta vetrata strofinata contro il mio viso, così tanto che la distanza tra me e gli altri diventa Qualcosa, un velo. Forse solo una fotografia potrebbe mostrarlo al meglio. Perché sfugge, completamente, alle parole.
Quando esci dal braccio protettivo universitario, e ora potresti fare qualsiasi cosa. Quando hai un obiettivo che ti lega a Bologna, all’Italia. Quando hai un futuro che hai sognato per quasi cinque lunghi anni, e ora è lì davanti a te che ti aspetta. Un futuro parcheggiato su una mensola lontana, ora precipitato con foga ai tuoi piedi. Un futuro che non ce la fai ad aspettare, e allora perché non passare una porzione di febbraio, di nuovo, a Dublino?
I dubbi, non sai perché, sono così tanti così bizzarri da annullare in maniera disarmante qualsiasi definizione. Eppure mesi fa, in quel Lì, mi sembrava di respirare un’infinita varietà di respiri. Respiri diversi, sfumature diverse. Qualcosa di chiuso, parzialmente, qualcosa che dovevo riaprire.
Ora. Ora che le prospettive si sbriciolano, secondo dopo secondo, diventano scie di fumo e non riesco a capire dove ogni linea termina il proprio corso, dove e come i fili che sfilacciano, dove poi si scompongono. Lentamente, verso l’insieme degli oggetti, e delle cose.
mentre qui la realtà, la realtà supera la fantasia.
E quando i fili si confondono, le scie di fumono si perdono, non so cosa rimane. ho davvero poche risposte. Ho forse 12 giorni in cui prendermi una sorta di vacanza e staccare i remi e guardare il resto accadere. Non riesco a trovare le risposte, e non riesco a non vedere me stessa passare attraverso le forche dell'autodecostruzione. è una routine che mi coglie senza armi, ormai sorrido. Sorrido a questi tourning point della vita, sorrido pensando ai gap linguistici. e lo faccio alzando l'intonazione, verso la fine della frase. Lo faccio mentre mi spiegano le regole del calcio gaelico. Mentre non riesco nemmeno a comprendono cosa e dove siano i sentimenti.
O quando le parole si fondono l'una con l'altra, oppure cozzano incredibilmente l'una verso l'altra, e ho il rumore del mare nel sottofondo, ma non riesco a vedere ancora la prospettiva giusta.
Non riesco a trovare, ancora, la luminosità giusta.
martedì, 11 dicembre 2007
TEMPO DI BILANCI, ?
non so perché ogni volta che ci si approssima alla fine dell'anno arriva lo spazio anche per i bilanci. personalmente li odio.
L'unica cosa forse salvabile - mera opinione personale, eh - sono i bilanci sui film dell'anno. il meglio e il peggio. non so, forse può tornare utile.
Ergo, se anche voi siete convinti dell'utilità dei bilanci sui film dell'anno, allora dite la vostra e Votate Qui!
babbo natale o chi per lui, e soprattutti i fantasmi dei natali passati vi saranno incredibilmente grati.
venerdì, 07 dicembre 2007
LOST IN MY POST
Il vero elogio emozional-patetico che avrei voluto scrivere nella mia tesi, ma l’editor del buon senso cerebrale mi cestinò:
È fatta. Manca ancora un pezzo, Il pezzo finale, ma il primo passo è andato. Ho la nausea di word, per il resto tutto ok. Tutto come al solito.
Non ho la nausea dei film e di tutto quanto ruota attorno al cinema irlandese, e la mia tesi è lì a guardarmi. Non ho altre risposte che un sorriso.
Di indescrivibile respiro emozionale. Questo tuffo nel cinema irlandese contemporaneo.
E quando poi la realtà attorno ti risponde
Quando leggi sui giornali che un film irlandese ha vinto al Torino Film Festival, e sorrido, perché penso a quel venerdì pomeriggio in cui io e John siamo andati a vedere “Garage” all’irish film center.
Sorrido perché “Garage” è spiazzante, è il silenzio della profonda e sperduta provincia di campagna irlandese, dove non succede niente, e dove c’è, come in ogni altro villaggio, lo scemo-del-villaggio. Quello che prendono in giro tutti, quello di cui tutti, più o meno velatamente, hanno pietà. Succede poco, quella che viene raccontata è una realtà minuscola e incredibilmente sottile, l’incredibile e indescrivibile solitudine di un uomo, che è considerata –ok- lo scemo del villaggio, ma in realtà il suo universo interiore è semplicemente diverso, lievemente distorto dai canoni tradizionali. E soprattutto l’attore che veste i panni del protagonista, si chiama Pat Shortt, è in irlanda è un idolo della comicità. È un uomo che sa far ridere. Ma in “garage” è quello che non ti aspetti, e soprattutto attraverso una fisicità perfetta, rende a pieno il disagio di quest’uomo, nel film, rende a pieno la sua solitudine sopportata, acquisita, vissuta come parte della quotidianità.
Non è un film semplice, ma sono felice del premio a torino perché è il regista, Lenny Abrahamson a meritare attenzione, soprattutto per il suo primo film, “adam & paul”. Che consiglio di pieno e tutto cuore.
E poi c’è “Once”. Quel “Once” di cui ho scritto in dieci pagine di profondo e intenso coinvolgimento, nel capitolo finale della mia tesi. Quel “once” di cui tanti mi avevano parlato, prima di vederlo finalmente. Quel “Once” che sta facendo faville in tutto il mondo, specie negli Stati Uniti, e che racconta la storia più banale del mondo, l’incontro tra un ragazzo e una ragazza. Ma lo fa per le strade di una Dublino che, so di essere di parte, ma emerge in tutta la sua più disarmante autenticità. C’è la musica, tantissima musica in questo film. Lui è Glen Hansard, lui è il cantante dei The Frames, lui è il ragazzo del film, e lui prima del film aveva anche inciso un album con la protagonista, del film. Loro cantano, e tanto, ma non si spiega perché, questo film poi ti risulta meraviglioso. La colonna sonora è densa ma non straripante, le canzoni che i due cantano sono accuratamente dosate e distribuite con orecchio attento, no sbavature. Ma non si sa perché questo film poi ti rimane incollato dentro. Ti fa amare ogni nota di quelle canzoni, e ti fa pensare a tutti gli incastri sentimentali che hai risolto o non risolto nella tua vita. E soprattutto, ti causa una fitta di intensa gioia così precisa, dentro, che hai immediatamente voglia di consigliarlo a chiunque, quel film.
ma soprattutto quel "Once" che presto uscirà in Italia, visto che è stato comprato da una casa di distribuzione italiana. (finalmente)
Ah, l’irlanda. Se google mettesse un motore di ricerca apposito per tutte le parole da me dette, scritte, e pensate nel solo ultimo mese, ah-che-risate, ah-cosa-ne-verrebbe-fuori. Se digiti irlanda, ti comparirà un numero spaventosamente grande. Di tante, ma tante cifre.
Ah, quante cose scritte, quanto su dublino, sull’irlanda.
La frase più bella, però, è di un genio che, sinceramente, adoro tanto. L’irlanda, oltre i comuni stereotipi, fatevelo dire, è terra di simpaticoni e di gente che fa davvero un sacco ridere. Comici. Gente che fa semplice comicità nei comedy bar accanto a dame street, o gente che fa satira, gente che riempie i teatri, e mi fa morire dal ridere ogni volta che li vedo in tv.
Ma certe inclinazioni personali funzionano anche all’estero. E io amo la satira, amo, molto banalmente, guardare meglio la realtà attraverso il filtro di una risata.
E tra i vari comici irlandesi che adoro, c’è Andrew Maxwell, un uomo che una volta ha detto una frese che diceva più o meno così:
“Irish people love Muslims. They have taken a lot of heat off us. Before, we were the terrorists but now, we're just the Riverdance people.”
So che non tutti capiranno arrivati alla parola Riverdance...beh, documentatevi. Potrei spiegare che questo è una spcie di super musical spettacolo in altissimo stile che negli anni ‘90 ha portato le classiche, tipiche, un po’ stantie e impolverite danze tradizionali irlandesi, su un palcoscenico internazionali. Ballerini professionisti, luci, colori, scenografie mozzafiato, e chi più ne ha più ne metta. E poi, soldi e fama a palate. Insomma, se nominate la parola ‘riverdance’ in giro er l’irlanda, o negli stati uniti, vi sorrideranno. È letteralmente un fenomeno.
Ma fondamentalmente, questa, è una frase che significa tantissimo. Se avete un minimo di familiarità con la storia irlandese, se conoscete irlandesi.
Avrei tanto voluta metterla nella mia tesi, ma...
Ah, e se sempre sulla mia personale versione di googlez mettete la parola “neuroni” vi verrà fuori solo un indirizzo. Indica un’isola sperduta del pacifico: tutti i miei neuroni sono andati in vacanza, da un bel bel po’.
sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo |
21:58
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